Per decenni le città sono state costruite sommando superfici: strade, parcheggi, piazze, cortili, nella convinzione che densificare fosse sinonimo di sviluppo. Il cambiamento climatico ha reso evidente il costo di un modello che ha trattato il suolo urbano come una superficie da coprire, più che come una risorsa da preservare. Oggi alcune amministrazioni stanno invertendo la rotta, rimuovendo asfalto e cemento per restituire spazio al verde e alla permeabilità del suolo. È la depavimentazione.
Per depavimentazione si intende la rimozione sistematica di superfici impermeabili — asfalto, cemento, pavimentazioni urbane — e la loro sostituzione con suolo vegetato: prati, alberi, aiuole con specie locali. Non si tratta solo di un intervento estetico, ma di una scelta infrastrutturale che modifica il modo in cui il tessuto urbano gestisce acqua, calore e biodiversità. È l’opposto di quello che molte città hanno fatto per cinquant’anni.
Una delle esperienze simbolo del depaving nasce a Portland, in Oregon, nel 2008, quando un gruppo di volontari iniziò a rimuovere asfalto e cemento per creare spazi verdi e permeabili. L’iniziativa, poi consolidatasi nell’organizzazione no-profit Depave, è stata replicata in numerose città nordamericane ed europee. Ciò che è nato come azione dal basso è diventato negli anni una pratica urbanistica strutturata, integrata nei piani di adattamento climatico di molte amministrazioni.
L’asfalto accumula calore durante il giorno e lo rilascia di notte, alimentando il fenomeno dell’isola di calore urbana che rende le città sensibilmente più calde delle aree circostanti, soprattutto durante le ondate di calore estive. Il terreno permeabile interrompe questo ciclo: assorbe l’acqua piovana riducendo il rischio di allagamenti, raffredda l’aria attraverso l’evapotraspirazione e ospita specie vegetali che aumentano la biodiversità urbana. La depavimentazione è quindi una risposta a un problema climatico che ha impatti diretti su salute pubblica, consumo energetico e gestione delle acque meteoriche.
Entro il 1° settembre 2026 gli Stati membri dell’Unione europea dovranno presentare alla Commissione europea i Piani nazionali di ripristino della natura, previsti dal Regolamento UE 2024/1991 sulla Nature Restoration Law. Il testo include obiettivi vincolanti legati all’aumento del verde urbano, alla copertura arborea e alla riduzione del consumo di suolo, favorendo esplicitamente interventi di rinaturalizzazione e de-impermeabilizzazione. La depavimentazione entra così in un quadro normativo europeo, spostandosi dalla sperimentazione volontaria alla pianificazione strutturale.
Parigi ha avviato negli ultimi anni importanti investimenti per il verde urbano e l’adattamento climatico, tra cui la trasformazione dei cortili scolastici in oasi di frescura all’interno del programma OASIS e la piantumazione di nuovi alberi in aree precedentemente asfaltate. I Paesi Bassi sperimentano da tempo campagne nazionali per la rimozione delle pavimentazioni nei giardini privati, con l’obiettivo di aumentare la capacità di assorbimento delle acque piovane in ambito urbano. Il Belgio, in particolare nelle Fiandre, ha introdotto strumenti e incentivi per la de-impermeabilizzazione del suolo a scala di quartiere.
Anche in Italia si registrano i primi passi verso una politica strutturata. Genova ha inserito la depavimentazione nel piano urbanistico comunale, prevedendo incentivi economici per i privati che intervengono sulle proprie superfici impermeabili. Chi accede al contributo si impegna a garantire la gestione delle aree rinaturalizzate per i dieci anni successivi, un vincolo che collega l’intervento fisico a una responsabilità di manutenzione di medio periodo. È un modello che integra leva pubblica e coinvolgimento privato, replicabile in altri contesti urbani.
Per decenni il suolo urbano dismesso è stato considerato un’opportunità da edificare. Il cambiamento climatico ha reso evidente il costo economico, sanitario e ambientale di quella scelta. La depavimentazione non è quindi solo una tecnica, ma il segno di un cambio di paradigma urbanistico: dopo aver aggiunto per cinquant’anni, molte città iniziano a togliere, riconoscendo che la rigenerazione ecologica del suolo è parte integrante — e non accessoria — della pianificazione urbana contemporanea.
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